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Seconda Puntata_
Giusto all’età di 15 anni, mi misi a fare
l’illuminatore nelle feste pubbliche in società con un giovanotto stagnaio
costruendo lampioncini di carta colorata mentre lui li faceva di latta. Ma
questo mestiere durò poco perché fallì la ditta per i forti temporali e le
continue piogge che mandarono al diavolo tutti i lampioncini e “addio società”.
Poi mi diedi alla pittura; dipinsi molte camere e varie immagini che tuttora
esistono, ma per mancanza di quelle conoscenze indispensabili abbandonai anche
questo mestiere.
A 20 anni andai a Roma in cerca di lavoro, ma siccome in ogni mestiere occorre
l’insegnamento che io non avevo, fui costretto di tornare in famiglia
scoraggiato e senza alcun guadagno.
A 22 anni mi recai a Napoli ad imparare il mestiere di barbiere sotto un
maestro, ma questi non mi lasciava solo a radere la barba perché avrebbe perduto
la clientela anzicchè accrescerla. Fu allora che cambiai lui per un altro
maestro che fece la stessa cosa finché mi decisi di entrare all’ospedale degli
Incurabili in qualità di barbiere pagando una tassa di entrata in £ 4,00=. Colà,
ogni venerdì, e nelle ore pomeridiane, radevo la barba agli ammalati insieme con
altri sei o sette colleghi coi quali poi recitavo le orazioni d’uso, ma con
l’appetito che mi tormentava non mi fidavo di dire “amen” perché il cibo era
scarso e non tenevo i soldi in saccoccia per procacciarmelo da fuori.
In un venerdì di S. Francesco mi capitò a radere un ammalato con una barba
durissima. Figuratevi che guaio; io debole perché tenevo appetito, quello più
debole di me ed in istato grave che non trovava modo di acconciarsi sul letto,
era il vero caso di fare la barba ai morti.
Rimasi in ospedale in qualità di barbiere cinque mesi e poi tornai in famiglia
aprendo un salone all’ultimo buon gusto e di cui si aveva idea in quei tempi.
C’era un solo barbiere al paese che non poteva servir tutti per mancanza di
tempo. Tenni aperto il salone per quattro anni, poi lo chiusi perché il
pagamento era da uno a due soldi per barba, moneta insufficiente per campare una
moglie e due figli. Scelsi un’altra via; nel quinquennio 1881-85 entrai in
società con altri due compaesani all’appalto diretto col governo nella
riscossione del dazio consumo. Aprii pure una vendita di vino e generi
alimentari e il tutto mi fruttò, alla fine del quinquennio, una bella sommetta.
Portai quella contabilità con tale esattezza e scrupolo che divenni il bene
amato degli altri due soci.
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