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Associazione Amici di Villa Santa Maria e della Valle del Sangro
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Prefazione di Luciano Tinto _Presidente
onorario Associazione Amici Villa Santa Maria e della valle del Sangro. |
| Ho avuto il
piacere di leggere un interessante opuscolo scritto da un nostro
concittadino, il signor Tonino Fantini, che narra ciò che il suo papà,
partigiano della “Banda Patrioti della Maiella, gli raccontò nel 1973
circa i fatti accaduti, nel lontano 1943, per la liberazione di
Pizzoferrato, dai tedeschi. Ritengo che sarebbe importante che i villesi venissero a conoscenza di ciò che Tonino Fantini ha ritenuto di raccontare. Pertanto mi propongo di riportare a puntate la:LA STORIA DELLA “ WIGFORCE ” Il passaggio della guerra 1943/1944 (partigiani senza nome….partigiani senza volto….) Lo sfortunato assalto al presidio tedesco sulla rocca di Pizzoferrato, sostenuto da 29 fanti britannici e 85 patrioti, raccontato da Nicola Fantini, partigiano della “Banda Patrioti della Maiella”. (scritto da Antonio Fantini e dedicato: agli inermi trucidati – ai caduti – ai patrioti – a suo padre) NdA : Il contenuto di questo volume è frutto della testimonianza resa da Nicola Fantini ai figli Evaldo, Antonio e Basilio nel mese di Maggio 1973. |
| Prima
puntata di Luciano Tinto.Con la redazione di quest’opuscolo non è mio
intento ri-scrivere la Storia della Resistenza in Abruzzo, ma
semplicemente far conoscere ai posteri una piccola storia… un periodo
dimenticato della storia abruzzese, schiacciata dai grandi episodi che
hanno avuto come scenografia Roma e le grandi città del Nord, i boschi
piemontesi e liguri, gli Appennini del centro Italia, e che sono state
incastonate nella storia della letteratura da scrittori e poeti ma,come
diceva Jules Renard (Diario 1887-1910) : “ l’acqua limacciosa della
memoria, dove tutto ciò che cade si nasconde. Se la si muove, qualcosa
torna a galla”. Storie di resistenza eroica, di azioni ripetute atte a conquistare, postazioni strategiche, veramente strategiche, e non insignificanti pezzi di terra. Quindi anche la storia della Wigforce e dei nostri patrioti è storia d’Italia, di una Italia che si è fatta e difesa da sé, storie che vanno ricordate; piccola ricostruzione del passato che a mio avviso s’inserisce perfettamente con un avvenimento più grande che è quello della Resistenza in tutta Italia….raccontatami da mio padre nel 1973, quando, all’epoca aveva 47 anni, storia del suo breve passato da partigiano nella “Banda Patrioti della Majella” ( in seguito chiamatasi Brigata Majella) e, non è mio intento neanche ri-scrivere la storia della Brigata Majella poiché lo hanno fatto ottimamente altri autori. |
| Seconda
puntata di Luciano Tinto.Venni a conoscenza di questa vicenda nel mese
di maggio 1973, avevo 24 anni, e contestualmente ne vennero a conoscenza i
miei due fratelli, Evaldo e Basilio, nell'occasione di una gita domenicale
a Pizzoferrato (gita tra l'altro richiesta più volte da mio padre)
indubbiamente era giunto per lui il momento di rivelare il suo segreto, ed
il suo ritorno dopo circa trentanni a Pizzoferrato lo ricondusse a quella
fatidica e tragica notte del 3 febbraio 1944; non poteva esserci momento,
luogo e occasione migliore per riviverla.sul posto ed in diretta, come si
suol dire. Questa fu per lui un'esperienza molto terribile e sconvolgente, ( ve ne renderete conto in seguito) da non parlarne con nessuno per un periodo così lungo. Ci condusse a Villa Casati, posta in cima alla rocca di Pizzoferrato, nei pressi della chiesetta della Madonna del Girone (teatro del combattimento contro i tedeschi); c'incamminammo nella stessa strada che percorse lui quella notte, descrivendoci le case come erano all'epoca, ricordandosi tra l'altro che in alcuni portoni vi erano appesi grappoli di peperoncino, aglio e cipolle. Percorremmo la ripida e tortuosa strada ascoltando con attenzione ciò che ci descriveva; il racconto ci aveva talmente presi che non ci accorgemmo neanche di essere arrivati alla sommità. Arrivati in cima continuò la sua narrazione con molta limpidezza e descrivendo con accuratezza gli eventi, portandosi da un luogo all'altro e rappresentando coi gesti le azioni. Vedete quei buchi nella roccia? disse, furono causati dai proiettili che mi spararono dietro dopo che ci ordinarono di fuggire. In quei momenti fantasticavo con la mente e cercavo di immaginare mio padre diciassettenne e tutti quegli altri ragazzi con un fucile tra le mani, senza una preparazione specifica, senza equipaggiamento adeguato e perfino senza vivere. Questa esperienza fu per me e i miei famigliari molto toccante, tanto che ci fu un momento di sbigottimento dalla sorpresa e dalle vicissitudini del combattimento che mio padre raccontava; lascio a voi immaginare il suo stato d'animo in quei momenti rivissuti con molta emozione e commozione, una vera lezione di vita! |
| Terza
puntata di Luciano Tinto.Come potrete notare in seguito, ho preferito
iniziare questa narrazione non da quella che fu la battaglia vera e
propria contro i tedeschi a Pizzoferrato, ma da quel che era la vita e la
situazione di guerra dell’epoca, per far meglio comprendere tutta la
storia. Nel rievocare questo evento ho volutamente evitato i nomi dei protagonisti italiani per non scontentare nessuno; è probabile che, nella narrazione degli avvenimenti ci possa essere qualche inesattezza per alcuni, ma si sa che dopo molti anni descrivere un episodio di guerra è molto intricato, in quanto chi vi partecipa può essere soltanto testimone di se stesso. Questa è una rievocazione vista dalla parte del protagonista e quindi dalla visione che ha dal posto in cui si trova in un dato momento. Per quanti l’avessero dimenticato o dovessero ritenere ormai superati i valori ed il senso della resistenza , della nostra storia,che ci hanno consentito di riacquistare la nostra onorabilità di uomini, liberandoci dalla schiavitù e dall’oppressione di demoniaci governi, voglio ricordare che il patrimonio di libertà e uguaglianza che abbiamo ricevuto in eredità con il sacrificio dei nostri genitori, non può essere dimenticato, disperso. Se i nostri padri, se i valorosi eroi della resistenza non fossero stati pervasi dalla volontà di permettere ai loro figli di vivere come fino ad oggi abbiamo vissuto, inebriata dalla libertà al punto di dimenticare come essa ci fosse giunta in eredità, oggi non potrei neanche manifestare il mio pensiero e ridestare la vostra memoria. |
| Quarta
puntata di Luciano Tinto. Per chi non lo sapesse o l’avesse voluto
dimenticare: sono stati i partigiani gli eroi della Resistenza! Persone
come noi, lavoratori, operai, studenti, contadini, impiegati, liberi
professionisti, migliaia e migliaia di uomini e ardite donne, un esercito,
gente comune, come lo siamo noi oggi, uniti da un solo desiderio: la
libertà. Erano numerosi, molti di loro sono stati spietatamente ammazzati dai persecutori, sono morti in azioni di guerra, si sono sacrificati per restituirci dignità. Come si chiamavano, quali erano i loro nomi? Difficoltoso dirlo….ma a che serve conoscere questi nominativi; la nostra memoria, la nostra riconoscenza, la gratitudine, gli insegnamenti di vita che abbiamo ricevuto in eredità non possono collegarsi ad un nome o ad una sterile lista di nomi; si farebbe l’errore di non onorare la memoria di chi un nome non si era voluto dare, proprio per affermare il significato di certi valori e che ha dato la vita per tutti noi, o forse per salvare la vita di chi un nome aveva voluto o potuto darsi. Leggendo i nomi dei partigiani elencati con precisione in libri, giornali d’epoca, lapidi, monumenti che ancora resistono in molte piazze, mi sono sempre chiesto che aspetto avessero questi Eroi. Nel corso delle mie ricerche ho osservato centinai di immagini e foto di partigiani, certune con il nome, altre senza. Le guardavo e riguardavo con rispetto ed emozione, cercando di afferrare qualche particolare che le differenziasse una dall’altra, di riuscire ad identificare qualche mio famigliare…forse anche mio padre. Pervaso dai sentimenti che quelle fotografie di giovani e meno giovani risvegliavano in me, sono arrivato a capire che osservare, che quelle foto erano somiglianti tutte: il viso stanco, teso,tormentato; l’espressione attenta, ma nel contempo dolce, luminosa, pieno di desiderio di vita, quella vita che ci è stata regalata con il loro martirio. Nell’espressione di quegli occhi, in quel viso ho rivisto e vedo ancora oggi il partigiano, non un partigiano. Rivedo l’immagine di mio padre, di un mio zio, qualcuno rivede o forse dovrebbe veder l’immagine di un suo parente, forse di un suo fratello ( Alberto Pavia). |
| Quinta
Puntata di Luciano Tinto.Nei primi giorni del mese di gennaio 1944,
grazie al vivo e fattivo interessamento del maggiore inglese Wigram, che
Troilo aveva conosciuto verso la fine di dicembre e al quale si era
caldamente raccomandato perché trionfasse la fieraaspirazione dei suoi
conterranei, soggetti con le loro famiglie e con i loro beni alle inaudite
violenze dei tedeschi, finalmente ricevette il via libera alla
costituzione e all’organizzazione del corpo dei volontari della Maiella,
che inizialmenteprese il nome di “ Banda patrioti della Maiella”. Troilo dovette sottoscrivere due impegni precisi : l’assoluta apoliticità della brigata e la sua subordinazione militare al comando inglese. Nasceva così, con Ettore Troilo comandante e Domenico Troilo vicecomandante, il Corpo Volontari della Maiella, meglio conosciuto come Brigata Maiella; al movimento aderirono circa 350 uomini, per lo più contadini,giovanissimi studenti, operai e reduci di altre guerre, mal vestiti e con scarso equipaggiamento. Perché l’iniziativa non naufragasse sul nascere, si dovette affrontare e risolvere con infinita pazienza e con non lieve e facile lavoro, le gravi difficoltà che si presentarono: vettovagliamento dei patrioti inquadrati, equipaggiamento, assistenza alle famiglie che, rimaste prive degli uomini corsi alle armi, lontane dalle loro case e dai loro beni, avevano bisogno di ogni sorta di cure.Al vettovagliamento e all’equipaggiamento dei patrioti provvide il Comando inglese, ma , purtroppo, sempre in misura ridotta.Dopo molti ripensamenti e la notevole insistenza dei miei genitori e soprattutto di mio padre, la mattina dell󈧏 gennaio 1944 fui accompagnato a Casoli da lui stesso, per arruolarmi. Giunti a Casoli trovammo un paese sovraffollato dai numerosi profughi giunti da ogni parte; ci recammo al Centro Reclutamento situato in un palazzo che era il cinema del paese, davanti vi era una fila lunghissima di gente che aspettava per arruolarsi, rividi molti amici; quando entrai venni fatto sedere davanti ad un gruppo di sei persone che mi interrogarono. L’interrogatorio era orientato ad appurare se si apparteneva a partiti politici oppure se eravamo delle spie tedesche. Gli inglesi arruolavano in media una persona su sei; venni registrato a nome di mio padre ed il motivo era che non avevo ancora la maggiore età; mi venne anche dato un numero di matricola. Ricordo che avevamo anche una mascotte, era un maschio di capra chiamato Enrico. ........... Cominciò una lenta e passiva resistenza che inasprì l’animo dei tedeschi, che iniziarono a battere la zona in modo sempre più crescente; nella prima metà del mese di dicembre circolavano voci che, l’avvocato Ettore Troilo, dopo aver partecipato alla disperata resistenza antinazista del settembre 1943, per sfuggire alla cattura dei tedeschi, dovette abbandonare Roma. Egli si rifugiò in campagna, a Torricella Peligna, il suo paese natale, in provincia di Chieti. Collaboratore di Turati e Matteotti, sorvegliato speciale sotto il fascismo, Troilo non era tipo da starsene con le mani in mano in attesa del compiersi degli eventi, ma voleva concorrere a determinarli. Radunò un gruppo di quindici uomini disposti ad affiancare le truppe alleate nella loro difficile risalita verso il Nord e il 5 dicembre 1943, appena seppe che gli inglesi avevano liberato la vicina Casoli, si presentò al loro comando per mettersi a disposizione del Comando stesso per il ripristino della strada Gessopalena – Torricella Peligna, interrotta in precedenza dai tedeschi e ciò allo scopo di facilitare ed affrettare la liberazione di Torricella Peligna e dei paesi limitrofi. L’accoglienza non fu quella sperata. Troilo incontrò diffidenza e scetticismo che poterono essere superati grazie alla sua tenace insistenza. Con l’occasione fece subito presente al Comando Militare inglese che era suo desiderio vivissimo di costituire alcuni plotoni di volontari dei luoghi per coadiuvare efficacemente, data la conoscenza della zona da parte di costoro, gli Alleati nelle operazioni militari per l’occupazione dei paesi siti nelle valli dell’Aventino e del Sangro, sino alla stazione di Palena. Mentre in un primo tempo sembrò che le sue proposte venissero prese in seria considerazione, più tardi, dovette constatare, per l’improvviso cambiamento del Comando Alleato, che tutte le richieste che erano state oggetto di lunghe ed appassionate discussioni, rimasero inevase. In presenza di tale situazione non disarmò, ma, anzi, prese subito contatto con il comando che era subentrato al precedente e per due volte si recò a Taverna Nova – sede del Quartiere Generale Alleato, per insistere sul programma che più volte aveva esposto agli alleati. Anche in questa occasione moltissime furono le difficoltà e le diffidenze che si frapposero alla realizzazione dell’iniziativa. |
| Sesta
puntata di Luciano Tinto. Noi giovani, in seguito, in pochi giorni ci
addestrammo alle armi allineandoci coi veterani, tutti anelanti di poterci
misurare coi tedeschi, che nella zona montana compresa fra i fiumi Sangro
ed Aventino, sino agli altipiani di Roccaraso e della stazione di Palena,
avevano fatto orribile scempio di tutti e di tutto, uccidendo donne e
bambini,civili inermi, incendiandovi interi paesi, saccheggiando beni,
razziandovi uomini ed animali;completati così gli organici dei primi
plotoni, 350 figli d’Abruzzo iniziano a fianco dell’VIII^ Armata Inglese i
primi combattimenti, in un primo tempo nei settori di Civitella Messer Raimondo, Lama dei Peligni, Gessopalena, Torricella Peligna e poi nelle zone di Montelapiano, Fallo, Montenerodomo e Colledimacine,liberandoli dall’oppressione tedesca. Ci chiamavano patrioti, ma per la verità noi non pensavamo molto alla patria, bensì alle nostre case,alla nostro paese,ai nostri famigliari. “Partigiani senza partito e soldati senza stellette”, così descrive questi uomini Marco Patricelli, autore del volume “I banditi della libertà”. Nella zona c’era la neve, e sia gli inglesi sia i tedeschi, vestivano una divisa bianca per camuffarsi durante i pattugliamenti con l’ambiente circostante, quindi noi, che spesso incontravamo queste pattuglie, avevamo serie difficoltà a riconoscere se fossero inglesi o tedeschi,in quanto, spesso i tedeschi per carpire informazioni, indossavano anche le divise di soldati britannici catturati e parlavano in inglese. Per ovviare a questo inconveniente ci avevano insegnato a riconoscere i germans (così li chiamavano gli inglesi) dal modo in cui si legavano le scarpe; i tedeschi incrociavano i lacci, mentre gli inglesi formavano una specie di spirale, che, praticamente è il modo in cui noi leghiamo le scarpe oggi. I primi arruolati invece, a fianco dell’8^ Armata, fecero alcune azioni contro i tedeschi liberando diversi paesi sotto la Maiella. |
| Settima
puntata di Luciano Tinto, La vita quotidiana era dura, anche quando
non si combatteva. Si mangiava quello che si trovava, ciò che ci davano i
contadini e si dormiva all’aperto, al freddo.Ricordo che in questo periodo
ed esattamente il 21 gennaio 1944 un gruppo di soldati tedeschi,
probabilmente alpini, fu responsabile del più orribile,efferato e
raccapricciante assassinio di massa concepibile, nel quale circa 42 civili
tra uomini, donne e bambini indifesi furono disumanamente trucidati. Un plotone di tedeschi bloccò Giuseppe D’Amico e i suoi fratelli mentre facevano ritorno alle loro case della frazione di Santa Giusta. Alcuni li tennero fermi, mentre gli altri si recarono nelle masserie di Sant’Agata, svegliarono bruscamente la gente che dormiva, l’ammucchiarono dentro una masseria e ci buttarono dentro bombe e benzina. Alcune donne si rifiutarono di obbedire ai loro ordini e furono barbaramente uccise e bruciate nei loro letti. I bambini vennero ammazzati a bruciapelo in braccio alle loro mamme nella masseria dove furono ammassati; a seguito delle esplosioni delle bombe si bucò il solaio e una ragazzina di 16 anni – Nicoletta Di Luzio –cadde nella stalla sottostante insieme ai suoi fratellini Leonardo e Antonio. Leonardo scappò nell’aia e venne falciato da un soldato.Nicoletta si finse morta infilandosi sotto un paio di cadaveri, un soldato le passò un accendino al collo, resistette al dolore; kaputt disse il tedesco, poco dopo cercò di correre via, ma fu raggiunta da una pistolettata che le trafisse la spalla. Come aggiunta ulteriore alla loro barbarica ferocia, questi stessi soldati tedeschi torturarono i corpi delle sfortunate vittime che non erano morte in seguito all’esplosione delle granate, dando fuoco all’edificio in cui le loro vittime ferite giacevano del tutto indifese. Le vittime erano di Torricella Peligna e si trovavano a Sant’Agata per sfuggire ai tedeschi. Nonostante Nicoletta Di Luzio fosse ferita riuscì comunque a scappare e a salvarsi assieme al fratello Antonio. Un tedesco tornò indietro ad avvisare gli altri rimasti vicino al gruppo di Giuseppe D’Amico. Questi intuì il pericolo e fuggì lungo la scarpata; il fratello Silvio, la sorella Maria e la cognata Angela non fecero in tempo e morirono sotto i colpi di mitra. Più tardi Nicoletta Di Luzio e suo fratello Antonio furono trovati da alcuni contadini della zona ed accompagnati in un ambulatorio di Gessopalena. Da qui gli inglesi li condussero all’ospedale di Vasto, dove non c’era posto e furono sistemati nella chiesa di Sant’Antonio. D’Amico riuscì a tornare nell’abitazione dei suoi genitori e raccontò l’accaduto; per molti anni non riuscì a parlare correttamente e ancora oggi, quando racconta di Sant’Agata, scoppia in lacrime. |
| Ottava
puntata di Luciano Tinto.Questo massacro di inermi civili fu eseguito
dai nazisti nella frazione di Sant’Agata, tra Torricella Peligna e Gessopalena, e pare,a seguito di un’azione di ribellione, nella quale i tedeschi persero due uomini. I morti restarono dissepolti per una dozzina di giorni, finché gli inglesi, a Gessopalena il 2 febbraio 1944, organizzarono una squadra di volontari che riuscì a recuperare quasi tutte le salme devastate dagli animali selvatici e furono seppellite nei dintorni della frazione. Nel dopoguerra le 42 vittime vennero sepolte a Torricella Peligna con una cerimonia ufficiale. Voglio qui di seguito riportare la testimonianza resa dalla signora Di Luzio Nicoletta al capitano inglese Jesse B. Mayforth durante la sua permanenza a Vasto: “ Io, Di Luzio Nicoletta, figlia del defunto Domenico e della defunta Maria Cionna, dichiaro quanto segue: ho 16 anni di età e vivevo con la mia famiglia a Torricella Peligna fino all’ultimo periodo del dicembre 1943, quando i tedeschi ci ordinarono di lasciare il paese. Ci recammo prima alla Contrada di Santa Giusta e più tardi al piccolo centro di Sant’Agata dove ci sistemammo in una casa abbandonata. Arrivammo lì intorno al 19 gennaio del 1944. Il nostro gruppo sistemato in questa casa consisteva di : mia madre, mia sorella Vincenzina, i miei due fratelli Leonardo e Antonio, mio zio Cionna Camillo, mia zia Di Paolo Rosina e i loro 4 figli, Enzo, Gemma, Annamaria e Anita, e io. Intorno alle 5 del mattino del 21 gennaio1944 fummo svegliati dai soldati tedeschi che irruppero di forza in casa. Essi gridavano: “raus”, “rausa” e ci fecero scendere dal letto. Non dissero altro. Mia madre accese il fuoco nel focolare ma i tedeschi ci buttarono l’acqua sopra e lo spensero. Due dei soldati tedeschi rimasero alla porta come guardie e gli altri uscirono e portarono altre persone nella camera. Uno di loro gettò una bomba a mano attraverso la porta nella stanza. Dopo chiusero la porta e la tennero chiusa dal di fuori con una fune. Quando la bomba a mano esplose ci fu tanto fumo che io pensai che ci volessero gasare. Allora una donna gridò che era ferita e così capii che si trattava di una bomba a mano. Dopo di questo i tedeschi lanciarono circa trenta bombe a mano dal di fuori attraverso il camino della stanza. C’erano due tipi di bombe a mano: una che essi sganciavano tirando un anello con il dito ed una che sganciavano con i denti. Io stavo seduta vicino al focolare tenendo in braccio mia cugina Annamaria di 6 anni d’età. Quando esplose la terza bomba a mano lei rimase uccisa. Quando i soldati tedeschi smisero di lanciare bombe a mano c’erano morti e persone sfigurate per tutta la camera ed un grande buco nel pavimento della camera. Alcuni morti e feriti erano caduti attraverso questo buco nel granaio sottostante. Fino a questo momento io non ero stata ferita e cercai di scappare lasciandomi cadere attraverso il buco nel granaio. Là cercai di nascondermi sotto i corpi di un uomo e di mia zia. Ci riuscii solo in parte perché i due corpi erano veramente pesanti. Poco dopo un soldato tedesco entrò nel granaio e si guardò intorno. Mi finsi morta. Mi venne sopra e mi bruciò il collo con un accendino di sigarette. Non mi mossi e lo sentii dire “kaputt”. Dopo uscì. Quindi vidi attraverso il buco che i tedeschi portavano la paglia e la spargevano sui corpi. Dopo ci cosparsero un poco di liquido e la incendiarono. Più tardi mi spostai verso dove i miei due fratelli si erano nascosti in una mangiatoia. Mio fratello Leonardo tentò di fuggire dal granaio ma i tedeschi gli spararono con un MG appena lui stava mettendo un passo fuori dalla porta del granaio. Morì vicino alla porta. Più tardi il fumo del fuoco divenne così forte che non potetti restare più a lungo e cercai di scappare. Come stavo per uscire dalla porta vidi un soldato tedesco e lui vide me. Mi girai intorno per tornare indietro ma lui mi sparò e la pallottola mi colpì alla schiena. Caddi all’indietro nel granaio e rimasi stesa sul pavimento per qualche tempo. Allora sentii mio fratello che stava ancora nascosto nella mangiatoia piangere e dire che voleva uscire e farsi uccidere pure lui, perché tutta la famiglia era morta e voleva morire anche lui. Così andai alla mangiatoia dove stava e rimasi con lui. C’era meno fumo ora nel granaio perché la porta era rimasta aperta. Dopo circa un’ora, quando tutto era calmo, lasciai il granaio con mio fratello e andammo in una masseria delle vicinanze.Una donna e sua figlia portarono me e mio fratello a Gessopalena dove ci medicarono le ferite. I soldati tedeschi erano truppe alpine e io sarei capace di riconoscerli se li vedessi, perché li avevo visti davanti casa nostra a Torricella Peligna.” La dichiarazione di cui sopra è vera e le descrizioni da me data derivano dalle mie osservazioni. |
| Nona puntata
di Luciano Tinto.Fu appena dopo questo evento ed esattamente il 22
gennaio 1944 che il nostro comandante ci comunicò che bisognava compiere
un’azione a sorpresa sulla rocca di Pizzoferrato. Per l’occasione si formò
un corpo di circa novanta patrioti ed una trentina di soldati inglesi, al
quale qualcuno diede il nome di “ WIGFORCE” , verosimilmente dal nome del
maggiore inglese Lionel Wigram che ci avrebbe comandato e guidati nella
spedizione. In questa azione avremmo avuto di supporto un battaglione di Arditi paracadutisti del ricostituito Regio Esercito Italiano della divisione Nembo, che erano già arrivati a Casoli e sarebbero partiti dopo di noi….la Nembo, venne sorpresa in Italia dal tragico armistizio dell settembre 1943. Nella circostanza i reparti si separarono ordinatamente per unità organiche, confluendo alcuni nell’Esercito del Sud ed altri in quello della RSI, i paracadutisti confluirono in reparti che si distinsero a prezzo di sanguinose perdite nell’eroico contenimento della testa di sbarco americana ad Anzio, sulla linea Gotica e nel Goriziano, dove molti morirono nel tentativo di difendere l’Istria ed il Friuli dai disegni di annessione di Tito. |
| Decima
puntata di Luciano Tinto. Nel primo pomeriggio del 23 gennaio 1944
giunsero a Casoli quattro camion a prenderci, eravamo inquadrati lungo il
corso del paese, giovani e meno giovani, il viso stanco, teso, tormentato;
l’espressione attenta, ma nel contempo dolce, luminosa, piena di desiderio
di vita…. La Wigforce partì, destinazione Montelapiano; la popolazione ci acclamava e ci salutava dai balconi delle case; ricordo che stavamo in piedi sugli autocarri. Giunti al fiume Sangro non si passava, il ponte era stato fatto saltare dai tedeschi in ritirata verso l’altopiano di Roccaraso e, abbandonati gli autocarri, ci immergemmo nell’acqua gelida e guadammo il fiume proseguendo poi a piedi; eravamo una squadriglia di uomini composta in maggioranza da giovani contadini analfabeti, giovani affamati vissuti nella miseria più nera, male equipaggiati e vestiti di stracci… straccioni con le scarpe di cartone; gli inglesi ci avevano consegnato le armi, fucili “Bren”, ed ogni dieci di noi vi era un mitragliatore “Thompson”. Costeggiando la riva a sud del fiume, la terra di nessuno, sapevamo che gli alleati erano da mesi fermi dietro le montagne dell’Alto Vastese e i tedeschi si erano ritirati nei paesi dell’alto Sangro, nella sponda opposta facendo terra bruciata dietro di loro, minando strade provinciali e locali, dove molti civili restarono mutilati, a causa delle mine disseminate un po’ ovunque, ed altri trovarono la morte anche dopo molti mesi dalla fine della guerra. Ci introducemmo nella macchia e oltrepassammo Bomba, arrivammo a Colledimezzo e qui ci fermammo per una breve sosta; avevamo, a circa un miglio dietro di noi, un treno al seguito composto da muli che trasportavano armi, munizioni e viveri. Ripartimmo e raggiungemmo Pietraferrazzana dove ci fermammo di nuovo; qui vennero inglobati al gruppo alcuni giovani del paese. Nei pressi di Villa S. Maria guadammo di nuovo il fiume e giunti in paese all’imbrunire facemmo un’altra sosta per riprendere fiato ed arruolare altri due giovani del posto; ricordo che ci fermammo al corso del paese ed occupammo due aule di una scuola situata al piano seminterrato del palazzo comunale; qui ci rifocillammo e ci riposammo fino alle due-tre di notte, quindi ripartimmo ed affrontammo l’ardua salita verso Montelapiano. Arrivati in cima al paese i muli non poterono più proseguire a causa la molta neve e quindi ognuno di noi si caricò sulle spalle viveri, armi e munizioni. All’alba del 24 gennaio 1944 arrivammo a Montelapiano e qui fissammo la nostra base. |
| Undicesima
puntata di Luciano Tinto.Il giorno dopo il maggiore Wigram, che spesso
si sedeva a chiacchierare e scherzare con noi in lingua italiana, ci disse
che a Pizzoferrato vi era una guarnigione tedesca con una batteria di
cannoni e ci disse anche che i tedeschi erano al corrente della nostra
presenza nella zona e che quindi dovevamo attaccare di sorpresa senza
ritardare di molto, altrimenti avremmo consentito loro di rafforzare il
presidio. Gli edifici da attaccare erano tre e quindi ci saremmo divisi in tre gruppi, ognuno diretto all’edificio assegnatogli; io fui assegnato all’attacco della Villa Casati, posta in cima alla roccia, punto importante e strategico. Dalla sommità della roccia si dominava e si teneva sotto controllo tutta la vallata del Sangro e nella Villa vi era riunito il grosso dei tedeschi. Si programmarono, nei giorni successivi, una serie di pattugliamenti di preparazione all’evento con l’intento di arruolare altri uomini del posto e di procurarci del cibo (datosi che si mangiava quello che ci davano i contadini). I paesi interessati alle perlustrazioni furono: Montenerodomo, Fallo, Civitaluparella, Pennadomo, Villa Santa Maria e spingendoci anche verso Quadri. Il 24 gennaio 1944, due pattuglie che si erano spinto fin verso Quadri scoprirono che lungo la strada per Pizzoferrato vi era un comando tedesco con diversi soldati; la loro presenza era senz’altro di intralcio alla nostra imminente azione, tanto che il Maggiore, per evitare problemi, decise di compiere un blitz a Quadri. |
| Dodicesima
puntata di Luciano Tinto. Partimmo il pomeriggio del 25 gennaio, due
plotoni composti da quindici partigiani ciascuno, una diecina di soldati
inglesi, un inglese e quattro guerillas (così ci chiamavano gli inglesi)
per portare le barelle ed il Maggiore Wigram; ricordo che durante il
tragitto ci colse una bufera di neve, tanto che fummo costretti a
camminare in fila con le mani uno sulle spalle dell’altro per non
disperderci. L’obiettivo era una casa nella quale vi era l’avamposto tedesco, ma alcuni civili di Quadri ci dissero che i tedeschi in fretta e furia erano partiti ed avevano occupato la casa del medico, in un’altra zona. Con l’aiuto di questi civili individuammo la casa e la circondammo; il Maggiore, che non voleva mai fare morti, gridò ai tedeschi: siamo inglesi, arrendetevi e sarete trattati secondo la Convenzione di Ginevra. I tedeschi aprirono la porta ed alcuni uscirono con le mani alzate, ma contemporaneamente un tedesco aveva già puntato il fucile alle spalle del Maggiore e per fortuna uno di noi fu molto rapido a sparare; il tedesco fu ucciso ed il Maggiore salvo: iniziò una furiosa battaglia. Alla fine avemmo un patriota ferito, un caporale inglese morto, quattro tedeschi furono uccisi, cinque furono fatti prigionieri e due riuscirono a fuggire. Tornammo alla base di Montelapiano con i prigionieri. Il Maggiore dovette affidare questi prigionieri al controllo stretto dei soldati inglesi, in quanto avevano iniziato già a linciarli. In data 26 gennaio, il Maggiore Wigram, nel redigere il suo rapporto, tra l’altro, riporta: “il morale dei miei uomini è molto alto qui. Britannici e partigiani hanno avuto richieste continue di persone che si offrono volontari ad arruolarsi con noi e se si procurano loro le armi possono arrivare a centinaia. Dalle informazioni che ci arrivano, penso che se veramente si trovassero le armi, questi montanari possono prendere e tenere Pizzoferrato e Gamberale, bloccando così la linea di approvvigionamento del nemico e l’asse di prelevamento”. |
| Tredicesima
puntata di Luciano Tinto.Il 30 gennaio 1944, verso le ore 17,00, dal
campo base di Montelapiano partì il maggiore ed un caporale inglese,
armati di tutto punto; ci assicurarono che andavano a Fallo a colloquio
con l’ufficiale inglese al comando dei paracadutisti italiani. Tornarono
verso le ore 21,00 assieme al caporale Gay. Nel pomeriggio del 2 febbraio ci riunimmo ed il maggiore ci spiegò il suo piano. Il giorno dopo, all’alba, dovevamo attaccare il centro di comunicazioni tedesco che si trovava nell’abitato di Pizzoferrato. I vari avamposti tedeschi, sui quali avevamo concentrato la nostra attenzione, dipendevano dal quartier generale di Pizzoferrato. Il maggiore sottolineò che se avessimo eliminato la guarnigione, gli avamposti sarebbero stati costretti, molto probabilmente, alla ritirata, con la conseguente avanzata delle truppe alleate in quella che rea considerata “terra di nessuno” questo era il pensiero ambizioso di Wigram. Pizzoferrato e Gamberale erano i due maggiori villaggi nella “terra di nessuno”. A metà strada dal triangolo Casoli, Castel di Sangro e la nostra base, da una parte coperta da un fitto bosco e con poche abitazioni; ci sentivamo di essere quindi di vitale importanza per questa parte della Valle del Sangro. Partimmo verso le ore 16,00 da Montelapiano; il maggiore Wigram, 85 patrioti della Brigata Maiella e 29 soldati inglesi. Il maggiore, prima di partire, ci schierò tutti all’ingresso del paese e ci scattò delle foto; un’altra foto la fece alle guide verso la strada del cimitero; le guide erano alcuni partigiani di Pizzoferrato, che erano venuti a Montelapiano per condurci fino a Pizzoferrato, in quanto loro conoscevano bene i posti ed i sentieri. Transitammo per la strada che scende verso il cimitero di Montelapiano e che ad un certo punto si dirama in due tronconi; verso sinistra si raggiunge la Congrega, quartiere di Villa S. Maria da dove salimmo all’arrivo mentre verso destra si raggiunge l’abitato di Fallo, che noi seguimmo. Scendemmo quasi a ridosso del fiume Sangro e risalimmo per difficili sentieri scoscesi ed appena tracciati nel fitto bosco fino a giungere a Fallo alle ore 17,30 circa. |
| Quindicesima
puntata di Luciano Tinto.Il colloquio si protrae fino alle ore 19,00
ed ogni dettaglio, ogni particolare è stabilito. Noi eravamo sempre dentro
la chiesa quando entrarono i comandanti di plotone con il maggiore Wigram
il quale ci disse che il battaglione di paracadutisti, arrivati da poco,
avevano necessità di riposo e stabilirono che sarebbero partiti da Fallo
verso le ore 2,30 di notte per giungere a Pizzoferrato all’alba del giorno
seguente e che sarebbe intervenuto dopo il nostro attacco e ci avrebbero
aiutati a scortare eventuali prigionieri. Se le cose si fossero messe male per noi, avremmo dovuto chiedere il loro intervento suonando le campane della chiesa situata sulla Rocca di Pizzoferrato; nel maggiore si notava una gran fretta di partire, al punto che non volle aspettare i paracadutisti e quindi impartì l’ordine di adunata. Lasciammo la chiesa ed ogni comandante raccolse a se i propri uomini procedendo all’appello. Eravamo inquadrati in tre plotoni; due formati da patrioti ed uno misto composto da 20 soldati inglesi e 15 patrioti di cui facevo parte. Si formò una lunghissima colonna, nel buio, in fila indiana; un serpentone che si distese silenzioso tra la neve ed il vento gelido che batteva la strada, dall’ingresso del paese e lungo la carrozzabile che congiunge Fallo a Quadri, con alla testa il maggiore preceduto dalle guide di Pizzoferrato, poi il plotone misto ed a finire tutti gli altri. Chiudono la fila alcuni soldati inglesi che trasportavano l’unico mortaio in nostro possesso. Vi erano anche vari muli carichi di munizioni ed un numero imprecisato di civili di Quadri che avevano il compito di trasportare a spalla le munizioni da dove non sarebbe stato più possibile avanzare con i muli;ma questi partiranno assieme ai paracadutisti. |
| Sedicesima
puntata di Luciano Tinto.Sono circa le ore 20,00 e la Wiforce riparte.
Transitando per Quadri, ci dirigemmo verso “l’acqua vento” (località
appena sopra Quadri in direzione del Torrente Parello). Una lunga ed
estenuante avanzata in salita, nel freddo gelido di una desolata notte
d’inverno, procedendo in silenzio per ore e ore nell’oscurità e
percorrendo tortuose mulattiere nei boschi; marcia difficile e pericolosa
a causa delle mine, bufere di neve e dulcis in fundo il torrente Parello
che dovemmo attraversare era in piena. Marciammo per molte ore e durante
tutto il tragitto facemmo un paio di soste di breve durata; il maggiore,
per attenuare i sintomi della fame e del freddo ( erano tre giorno che non
mangiavamo), ci fece bere qualche bicchiere di whisky. Fu proprio in una
di queste soste che ci accorgemmo di aver perso un soldato inglese che era
in coda alla colonna, incaricato del trasporto del mortaio. Il maggiore
mandò un paio di soldati inglese a cercarlo ma non rivedemmo né l’uno né
gli altri; non furono più ritrovati né soldati né mortaio. Ci rimettemmo in cammino ed arrivammo a Pizzoferrato verso le ore 4,00 della notte tra il 3 e il 4 febbraio 1944. Eravamo tutti bagnati e inzuppati d’acqua; i miei piedi erano quasi congelati, calzavo le “ cioce” , come molti di noi. Io non avevo mai posseduto un paio di scarpe. Data la situazione di povertà e miseria dell’epoca non tutti si potevano permettere un paio di scarpe. |
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Diciasettesima puntata di Luciano Tinto.Pizzoferrato a 1.252 m.slm.
con 1303 abitanti, ( notizie riferite al 1944) sorge a ridosso di una rupe
rocciosa che domina, da sinistra, la valle del fiume Sangro; una sola
strada, con due file di case, sale su un fianco della roccia fino alla
sommità. Il suo territorio si estende per 30,85 Kmq. In un’area ricca di
boscaglie e nudi pascoli. Il borgo si è formato nell’alto medioevo
diventando ben presto una comunità montana di grande importanza per la sua
inaccessibile posizione. Scarse sono le notizie storiche sul borgo;
risalgono al X secolo alcune rovine del borgo fortificato e la chiesa di
San Nicola e della Madonna del Girone, visibili sulla grande rupe che
sovrasta l’abitato. Tra i partigiani di Pizzoferrato che ci facevano da guida vi era un ragazzo appena quindicenne con cui fraternizzai e che mi illustrò la situazione della zona; difatti il paese era disabitato e gli abitanti sfollati e rifugiatisi nel bosco di una località chiamata “Mingo D’Adamo) ed erano organizzati in banda partigiana per liberare la popolazione dal nemico invasore. Facemmo un largo giro per non essere avvistati dai tedeschi. Ci fermammo per una breve sosta al “ Clarentia”, un piccolo albergo situato all’inizio del paese e qui la mia attenzione fu attratta da una stufa a legna in terracotta, collocata al centro del salone di questo albergo; la guardavo meravigliato, non avevo mai visto una stufa a legna; in casa mia vi era un grande camino, attorno al qaule ci si riuniva la sera a chiacchierare prima di coricarsi. Ricordo che vi era una signora, proprietaria dell’albergo, che si accorse del mio stupore; mi fece cenno di avvicinarmi e mi disse:…’giuvinò viett’ a scallà ca fa l’ fridd’ e shti tutt’ mbiuss! ( giovanotto vieni a scaldarti che fa freddo e sei tutto bagnato). Nel frattempo il maggiore Wigram colloquiava con i patrioti di Pizzoferrato e dava disposizioni e indicazioni sugli obiettivi da raggiungere. Dopo circa una mezz’ora, verso le 4,30, il maggiore diede l’ordine di ripartire verso l’obiettivo assegnatoci. Si suppose che il grosso della guarnigione tedesca fosse asserragliata alla Villa Casati, nella posizione migliore per la difesa. Villa Casati, posta in cima alla roccia del paese, con un muro di cinta, un grande cancello all’ingresso principale e un ingresso posteriore, anch’esso chiuso con un piccolo cancello. All’esterno vi era una piazzola a lato del muro di cinta e in fondo, sulla destra, la chiesetta della Madonna del Girone. Scoprii in seguito, a mie spese, che oltre c’era un dirupo roccioso a strapiombo, molto alto che da una parte si riversa sull’abitato di Pizzoferrato e dall’altra sulle campagne. Il fronte è posto verso il giardino e la piazzetta, gli altri lati si ergono a picco sullo strapiombo. |
| Diciottesima
puntata di Luciano Tinto.Entrammo in paese ( i partigiani di
Pizzoferrato tagliarono dei fili del telefono che comunicavano con
Gamberale, dove vi era il resto dei tedeschi), percorremmo in silenzio,
nella notte gelida tra il 3 e il 4 febbraio 1944, una ripida e tortuosa
strada in salita, in mezzo alle case crollate e sventrate dai tedeschi, un
paesaggio abbandonato apparve ai miei occhi, senza nessun segno di vita,
un freddo polare impediva perfino i nostri movimenti e voglio ricordare
che la maggior parte di noi eravamo vestiti di stracci, le cioce ai piedi
e senza nessun indumento di lana che ci riparasse dal freddo. Eravamo giovani di campagna, giovani contadini temprati al lavoro duro, al sacrificio ed alle sofferenze. Scrutavo con attenzione quelle case, qualcuna aveva ancora sul portale grappoli di peperoncino tenuti insieme da un lungo spago come a formare delle corone ed appese ai lati delle porte,altre avevano aglio e cipolle, cosa che mi colpì particolarmente in quanto non era usanza del mio paese; non avvistammo tedeschi tra queste case. Arrivammo in cima silenziosamente, ma all’ultima curva della strada, s’intravide una sentinella tedesca che sparì immediatamente. La mia impressione fu che la sentinella ci stesse aspettando, strano…pensai… proseguimmo oltre e ci disponemmo per l’attacco; mi guardai intorno, non si vedevano tedeschi o pezzi d’artiglieria; l’unico rumore che si avvertiva e rompeva il silenzio nelle tenebre della notte era il sibilo del gelido vento invernale. |
| Ventesima
puntata a cura di Luciano Tinto.E nello stesso momento gli inglesi,
ormai stanchi e demotivati per la morte del maggiore Wigram e il ferimento
del tenente Aixell, decisero di arrendersi; difatti così fecero. Alcuni
cedettero le armi a noi patrioti, entrarono nella chiesa e molti di noi li
seguirono, io compreso; si sedettero in cerchio e al centro misero a
bollire il tè. Loro erano soldati e sarebbero stati fatti prigionieri, noi
invece, italiani ribelli, a seguito dell’armistizio dell settembre 1943,
eravamo considerati banditi traditori (ci chiamavano banditen),
semplicemente perché messi al bando delle numerose ordinanze emesse dai
tedeschi e non riconosciuti come combattenti avversari. Sicuramente una sorte diversa dagli inglesi ci sarebbe toccata; essere prigionieri equivaleva ad una condanna a morte senza processo; non avremmo trovato pietà, non potevamo arrenderci altrimenti…kaputt!...si, kaputt; questa parola terribile che si udiva risuonare dovunque, come una oscura minaccia, significava morte…ci avrebbero ammazzati come bestie, oppure deportati in qualche ben noto e triste campo di concentramento. Si era arrivati ad un punto che non era più possibile rimanere dentro la chiesa, le munizioni erano finite e non potevamo più rispondere al fuoco nemico, gli inglesi si erano arresi, i rinforzi non si vedevano, i tedeschi che risalivano dal paese, niente aveva più senso ormai; ed infatti, di fronte a questa situazione ormai disperata, il nostro comandante, ci ordinò di uscire e metterci in salvo. |
| Ventunesima
puntata a cura di Luciano Tinto.Uscimmo dalla chiesa correndo in mezzo
alla neve, ma poiché la strada di accesso alla piazzetta continuava ad
essere battuta dalle mitragliatrici tedesche, non ci restava altro da fare
che cercarci un nascondiglio tra i massi della roccia; altri patrioti
preferirono restare dentro, assieme agli inglesi, apparentemente al riparo,
ma forse ingenuamente inconsapevoli del loro triste destino; in quei
momenti così convulsi, purtroppo non si aveva tanto tempo per decidere
della propria sorte. Ricordo che mi nascosi, con altri patrioti ed un mio compaesano, sotto un masso e dietro di noi, a circa quindici metri in linea d’aria, vi era lo strapiombo, che io non sapevo ancora che esistesse. Sopra di noi, nei pressi della chiesa, si udivano spari, scoppi di bombe a mano, gemiti di feriti e le urla dei tedeschi che, nel frattempo, erano usciti dal cancello posteriore della Villa ed avevano bloccato la porta della chiesa, ostacolando la fuga degli altri partigiani. Dal nostro nascondiglio si intravedeva di fronte il muro di cinta della casa, che era a circa una diecina di metri da noi; all’improvviso dall’angolo del muro sbucò un tedesco con un mitra MG, urlando e sparando raffiche all’impazzata, calpestando il candido manto di neve ricoperto di armi, bossoli e da chiazze di sangue perso dai feriti; lentamente si avvicinava sempre di più al nostro rifugio. Non avevamo più munizioni e dissi tra me: speriamo che non si accorga di noi altrimenti è la nostra fine. La situazione era ormai disperata e drammatica. |
| Ventiduesima
puntata a cura di Luciano Tinto.La Wigforce era stata sconfitta. Nel
nascondiglio ero rimasto io ed il mio anziano compaesano. Gli altri nel
frattempo, prima che il tedesco arrivasse a ridosso del nostro
nascondiglio, erano scappati verso la roccia. Dissi al mio commilitone di
fuggire, ma lui mi rispose che non ce la faceva (era una persona di oltre
40 anni ed il lungo viaggio a piedi e le vicissitudini del combattimento,
probabilmente, lo avevano stancato troppo) e prese dalla tasca un
pacchetto di cartine e del tabacco, ne fece una sigaretta e l’accese….l’ultima;
difatti il giorno dopo lo trovarono morto, rannicchiato nel nascondiglio
con una pallottola nella nuca e una baionetta conficcata nella gola. Presi la decisione da solo; in un attimo calcolai la distanza che mi separava dal costone individuando il percorso dalle orme lasciate dagli altri patrioti fuggiti prima di me e proprio nel momento in cui il soldato tedesco superò il nostro nascondiglio, senza essersi accorto della nostra presenza, mi girai di spalle e scappai e così diventai bersaglio del suo mitra. Avvertii le raffiche di mitra dietro di me e le pallottole che scheggiavano la pietra (i buchi delle pallottole sono tuttora presenti nella roccia). Fortunosamente con pochi balzi, che solo un giovane di 17 anni può fare, e senza essere colpito, riuscii a percorrere quella quindicina di metri di distanza che all’incirca mi separava dal costone. Ma arrivato in cima alla rupe mi trovai spiazzato; constatai che vi era un precipizio altissimo e quindi dovevo decidere velocemente come morire: ammazzato dal tedesco con una raffica di mitra nella schiena oppure straziato dagli spuntoni di pietra dello strapiombo. Optai per la seconda probabilità (la speranza è sempre l’utlima a morire) e immediatamente mi lanciai nel precipizio, prima che il tedesco mi raggiungesse. Mi rotolai in un canalone frastagliato, sbattendo tra spuntoni di pietra e rami di vegetazione; ad ogni sbalzo mi si strappava un pezzo di vestito, con le mani tentavo di ripararmi la testa e miracolosamente arrivai in fondo ancor VIVO. Si udivano raffiche di mitra provenire dall’alto e i proiettili che si conficcavano nei muti delle case sottostanti; il mio corpo era straziato e sanguinante, pieno di graffi e ferite provocate dagli spuntoni di pietra; avevo perso le cioce, e dei miei miseri abiti mi era rimasto solo un brandello di una gamba dei pantaloni, che mi copriva a malapena la parte anteriore |
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Ventitreesima puntata a cura di Luciano Tinto. Mi ricongiunsi
ad altri patrioti che si erano a loro volta lanciati nel dirupo e che non
erano messi meglio di me, c’era anche qualche soldato inglese;
raccontarono di essersi calati dalle finestre della chiesa e lanciatisi a
loro volta nel burrone. Decidemmo senza indugio che ognuno di noi avrebbe
preso una strada diversa dall’altro; singolarmente eravamo meno visibili
che in gruppo. Quindi, a piedi scalzi e semi nudo, mi avventurai nelle
campagne innevate della periferia del paese. Non potevo considerarmi ancora miracolato; i tedeschi dalla Villa Casati avevano dato l’allarme e chiesto rinforzi a Gamberale; tutto il territorio adiacente il paese era controllato e scandagliato dai soldati tedeschi. Superato le ultime case della periferia mi apparve la campagna circostante l’abitato, senza nessuna vegetazione in cui potessi nascondermi. Ma, proprio a ridosso delle case scorsi un canale d’acqua che attraversava buona parte dei campi; mi immersi nell’acqua gelida ed attraversai, soltanto con la testa fuori dall’acqua, tutta la campagna circostante. Bisognava stare anche attenti alle mine che i tedeschi avevano piazzato dappertutto; riuscii fortunosamente, senza essere avvistato, ad arrivare nel pomeriggio inoltrato, al torrente Parello, ripercorrendo a ritroso i sentieri dell’andata; ma nei pressi del fiume fui avvistato da una pattuglia di soldati tedeschi che stazionavano in un casale sulla collina, a ridosso del torrente e che, in linea d’aria, potevano essere all’incirca 150 – 200 metri. Sentii delle grida in tedesco, probabilmente mi dicevano di fermarmi; mi buttai a terra dietro un arbusto ma contemporaneamente arrivò la raffica del mitra; i tedeschi si misero a ridere, forse pensavano di avermi preso. Aspettai per circa un quarto d’ora disteso a terra. Appena vidi che i tedeschi si ritirarono dentro al casale, mi immersi di nuovo nell’acqua gelida e tumultuosa del torrente Parello, riemergendo di tanto in tanto per respirare e, facendomi trasportare dalla corrente, riuscii a percorrere circa un centinaio di metri e così mi portai fuori dalla loro visuale, dopodiché mi addentrai nella fitta vegetazione del bosco (voglio ricordare che era il 3 febbraio 1944, quindi in pieno inverno e nella zona vi era un manto di neve di circa 70-80 cm. e non avevo vestiti addosso). |
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Ventriquattresima puntata a cura di Luciano Tinto.Raggiunsi Fallo
all’imbrunire; durante il tragitto mi fermai in una masseria all’ingresso
del paese e qui chiesi se avessero un paio di scarpe e qualche straccio da
mettermi addosso; mi fecero scaldare e mi diedero delle scarpe, un
pantalone ed una maglia di lana di pecora. Ripartii e raggiunsi il comando
che nel frat-tempo si era stabilito a Fallo, riuscendo a riportare anche
il fucile Bren che mi avevano dato gli inglesi; alcuni patrioti erano già
arrivati, altri giunsero nella notte. Devo dire che vi arrivai talmente
sconvolto da questa avventura da non riuscire nemmeno a parlare; il mio
racconto fu un continuo balbettio. La sorte dei partigiani rimasti dentro
la chiesa e catturati fu tragica; alcuni vennero uccisi nella chiesa,
altri vennero allineati lungo il muro di cinta della villa e fucilati e i
GERMANS , per essere sicuri della loro morte, dopo averli giustiziati, li
sgozzarono con le baionette. Nello steso giorno i tedeschi temendo un nuovo attacco (forse sapevano dei paracadutisti) , abbandonarono il paese conducendo con loro i patrioti e gli inglesi fatti prigionieri. Qualche ora più tardi giunsero finalmente i para-cadutisti del Capitano Gay, che non avevano potuto, causa la neve e lo smarrimento della strada (?), raggiungere Pizzoferrato durante la battaglia. E nella stessa giornata, giunse da Fallo un gruppo di una decina di persone tra componenti della croce rossa e patrioti che parteciparono alla battaglia; questo drappello di uomini, aiutato dai partigiani di Pizzoferrato, fu incaricato del recupero dei caduti e della loro giusta sepoltura. I loro miseri resti furono seppelliti in una fossa comune del cimitero di Pizzoferrato; il corpo del maggiore Wigram, il nobile e coraggioso amico, trovò riposo nella tomba di un privato accanto alla fossa comune ed alle salme dei suoi uomini, di quegli umili montanari italiani in cui avevano creduto. |
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Venticinquesima puntata a cura di Luciano Tinto.Al loro ritorno
raccontarono di aver visto scene inenarrabili, agli angoli delle case,
silenziose e vuote, sulle rocce ricoperte di neve, nei canaloni, giacevano
i corpi dei patrioti caduti in combattimento, giovani barbaramente
sgozzati, con le baionette ancora conficcate nella gola e buttati nei
dirupi della roccia. Dentro la chiesa uno spettacolo raccapricciante, una carneficina; il pavimento era completamente rosso di sangue, gli schizzi erano persino sulla volta, giovani impiccati alle pareti, buchi di proiettili per tutta la chiesa… ….eravamo inquadrati lungo il corso del paese, la gente ci salutava dai balconi e ci acclamava, giovani e meno giovani, il viso stanco, teso, tormentato; l’espressione attenta, ma nel contempo dolce, luminosa, piena di desiderio di vita… …uomini forti e generosi che abbandonarono lo loro case e gli affetti per dare la libertà ad altri italiani. Per richiamare la memoria ed il ricordo nei paesi nativi, riporto i nomi dei caduti nella battaglia di Pizzoferrato: - Alberto Pavia di anni 21 – cuoco- di Villa Santa Maria; - Alfonso Piccone di anni 21 –sarto- di Torricella Peligna; - Angelo Rossi di anni 21-militare- di Colledimacine; - Domenico Madonna di anni 22-studente- di Lama dei Peligni; - Gaetani di Gregorio di anni 20-contadino- di Gessopalena; - Giosia Di Luzio di anni 44-contadino- di Torricella Peligna; - Giuseppe fantini di anni 18- contadino – di Torricella Peligna; - Lorenzo D’Angelo di anni 20 – contadino – di Pennadomo; - Luigi di Francesco di anni 22 – contadino – di Pennadomo; - MariO Silvestri di anni 22 –contadino- di Pacentro; - Mauro Piccoli di anni 22 – contadino – di Torricella Peligna; - Nicola de Rosa di anni 27 –impiegato- di Casoli; - Nicola Di Renzo di anni 24 –contadino- di Pennadomo; e di seguito l’elenco dei prigionieri, che furono internati e che riuscirono ad evadere dai campi di concentramento: - Carlo D’Ambrosio – Giovanni Rossi –Carlo Antrilli –Camillo Di Paolo – Silvio Fantini –Luciano Polidoro – Michele Esposito – Franchino Teti – Nicola Piccoli e Guido D’Angelo. La bandiera di combattimento del gruppo Patrioti della “Brigata Maiella”, medaglia d’oro al valor militare, s’inchina e rende omaggio alla loro memoria. …una terribile testimonianza sull’inutilità della guerra, sull’imbarbarimento che provoca sull’uomo e che ho provato invano a togliere dalla mia mente. Nicola Fantini – Maggio 1973 |
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A MARGINE
DELLA STORIA DELLA WIGFORCE |